Quello che sembra
Uno dei prodotti più rispettabili della salumeria italiana.
Finché qualcuno non fa una cosa idiota.
Quello che vuol dire
Che sei un idiota. Ma, spesso, un idiota a cui vogliamo ancora bene.
Salame occupa una posizione diplomatica nel vastissimo arsenale dell’insulto italiano: non descrive il malvagio, ma quello che ha appena fatto una cosa talmente stupida da meritarsi un insaccato.
Hai lasciato le chiavi dentro la macchina? Salame.
Hai mandato “un bacio” nella chat aziendale invece che a tua moglie? Salame.
Hai prenotato il volo per il giorno sbagliato? Sei proprio un salame.
Il punto è che salame non condanna la persona. Condanna la prestazione. Non sei necessariamente stupido. Hai semplicemente prodotto, in quel preciso momento, una prestazione da salame.
La scala del salame
“Ma sei un salame!” detto ridendo = affetto.
“Guarda che salame…” = compatimento.
“SALAME!” urlato dal finestrino = la diplomazia è terminata.
Come molti insulti italiani, il significato vero non sta nel dizionario. Sta nel volume, nella faccia e nel rapporto tra le persone.
La chiave di lettura
Il salame è l’idiota senza cattiveria.
Ed è proprio questo che rende l’insulto meravigliosamente italiano: prendiamo uno dei prodotti più nobili della nostra gastronomia e lo utilizziamo per comunicare a una persona che, per qualche minuto, il suo contributo all’evoluzione della specie è stato trascurabile.
Se ti chiamano salame, quindi, non allarmarti subito. Potrebbe essere quasi affetto.
Quasi.
