DICIAMO

/diˈtʃaːmo/

Quando un italiano comincia con “diciamo”, la sincerità sta per passare attraverso un filtro.

DICIAMO

Quello che sembra

La prima persona plurale del verbo dire.

Una parola semplice. Almeno in grammatica.

Quello che è

Il controllo qualità applicato alla sincerità.

Quando un italiano comincia una frase con «diciamo», molto spesso sa già perfettamente cosa vorrebbe dire. Ha solo deciso che non può dirlo così.

— Ti è piaciuto il ristorante?
— Diciamo che la compagnia era ottima.

Il ristorante faceva schifo.

— Come ti sembra il nuovo direttore?
— Diciamo che ha un carattere particolare.

È insopportabile.

— Riusciamo a consegnare venerdì?
— Diciamo che è una data ambiziosa.

No.

«Diciamo» è il filtro antiparticolato della lingua italiana. Il pensiero originale entra da una parte: È una stronzata. Attraversa prudenza, gerarchie, educazione, convenienza e gente in copia alla mail. Dall’altra esce: «Diciamo che forse valuterei anche altre opzioni.» Pulito. Professionale. Euro 6.

In ufficio

È il suo habitat naturale.

— Come ti sembra la presentazione di Marco?

L’italiano guarda Marco. Guarda il capo. Guarda le Risorse Umane. Guarda il contratto a tempo indeterminato.

— Diciamo che è molto completa.

Trentasette slide. Nessuno ha capito niente. Ma completa è tecnicamente vero.

Ed è questo il segreto: non serve necessariamente a mentire. Serve a selezionare con estrema cura quale parte della verità può uscire viva dalla conversazione.

La chiave di lettura

Tra dire la verità e non dire la verità abbiamo scoperto una terza possibilità: dirla abbastanza.

Quanto basta perché l’altro capisca. Non abbastanza perché possa offendersi ufficialmente.

«Diciamo che non è proprio così.» = Quello che hai detto è falso.
«Diciamo che si poteva fare meglio.» = È venuto malissimo.
«Diciamo che il prezzo è importante.» = Siete fuori di testa.
«Diciamo che non è il mio genere.» = Preferirei fissare il muro.

E poi la forma definitiva:

— Ti sta simpatico?
— Diciamo.

Il complemento è stato eliminato per ragioni diplomatiche.

Se una risposta italiana comincia con «diciamo», la parte importante non è soltanto quella che viene dopo. È quella che è stata cancellata prima di uscire dalla bocca.

Perché «diciamo che non è male» potrebbe anche significare che non è male.

Diciamo.

Una parola tira l’altra.

Hai appena scoperto un’altra stranezza italiana. Ce ne sono parecchie altre.

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