Quello che sembra
Italiano. Una lingua sola, parlata da circa sessanta milioni di persone.
In teoria.
Perché basta che tu dica «andiamo» e qualcuno ti guarda: «Ma tu sei pugliese?»
Fine. Trent’anni di integrazione cancellati da una vocale.
Quello che è
In Italia puoi cambiare città, lavoro, amici e targa della macchina. L’accento, invece, viaggia con te.
Puoi parlare un italiano impeccabile: congiuntivi corretti, lessico ricercato, nessuna inflessione che tu riesca personalmente a percepire. Gli altri sì.
Una vocale aperta, una consonante raddoppiata, una frase che sale o scende: parte il radar. Nord? Sud? Veneto? Roma? Puglia? Sicilia?
Più ci si avvicina, più l’italiano diventa ambizioso. «Sei siciliano.» «Sì.» «Catania?» «No.» «Provincia?» Dopo tre minuti stiamo cercando il paese della nonna.
La scena
— Di dove sei?
— Milano.
— Milano Milano?
Domanda fondamentale. Perché Milano può significare Milano, Monza oppure un posto a quarantacinque chilometri che all’estero, per semplicità diplomatica, diventa Milano.
All’estero siamo italiani. In Italia siamo lombardi, pugliesi, veneti, campani. Nella regione siamo della provincia. Nella provincia del paese. Nel paese della frazione. E nella frazione probabilmente non parliamo con quelli della via accanto.
Chiave di lettura
Naturalmente un Paese capace di localizzarti da una vocale non poteva fermarsi alla geografia. Doveva trasformarla in carattere.
Il meridionale diventa il terrone. Quello del Nord il polentone. Il milanese può diventare il bauscia: quello che parla, lavora, fattura e possibilmente ti comunica tutte e tre le cose entro i primi quattro minuti.
Poi arrivano gli stereotipi: il genovese tirchio, il piemontese falso e cortese, il veneto che bestemmia, il romano che non ha fretta, il napoletano che ha già trovato una soluzione non prevista dal regolamento, il siciliano che conosce qualcuno.
Sono stereotipi. Sono assurdi. E ogni italiano è disposto a spiegarti per mezz’ora perché quello sulla propria regione è falso e tutti gli altri sono sorprendentemente accurati.
L’accento si può attenuare. Si può nascondere. Poi telefoni a tua madre e dopo quaranta secondi sei di nuovo esattamente a Nord, Sud, Ovest o Est.
Perché l’accento non dice soltanto dove sei nato. Dice dove hai imparato a chiamare le cose, dove hai litigato, dove hai sentito parlare i tuoi genitori e dove hai imparato le prime parolacce.
È una piccola patria fonetica che ci portiamo dietro.
Non abbiamo bisogno di chiederti i documenti. Di’ qualcosa. Ci pensiamo noi.
