PERDERSI IN UN BICCHIER D’ACQUA

/ˈpɛrdersi in un bikˈkjɛr ˈdakkwa/

Quando un problema minuscolo riesce, con un po’ di collaborazione, a diventare un oceano.

PERDERSI IN UN BICCHIER D’ACQUA

Quello che sembra

Un’impresa notevole.

Perdersi richiede normalmente un bosco, una città sconosciuta, una strada senza indicazioni.

Qui basta un bicchiere d’acqua.

Pochi centimetri di diametro.
Uscita praticamente ovunque.

Eppure, in qualche modo, ce l’abbiamo fatta.

Quello che è

È il talento di trasformare una difficoltà minuscola in un problema molto più grande di quello che è.

Non perché manchi una soluzione. Anzi, spesso la soluzione è lì, evidente.

Ma prima bisogna considerare tutte le alternative, immaginare cosa potrebbe andare storto, chiedere un’opinione, cambiare idea, tornare alla prima ipotesi e, possibilmente, coinvolgere qualcuno che fino a quel momento non sapeva nemmeno che esistesse un problema.

A quel punto il bicchiere è diventato un oceano.

La scena

— Hai prenotato il ristorante?

— No, perché prima dobbiamo capire a che ora arrivano loro.

— Arrivano alle otto.

— Sì, ma magari sono in ritardo.

— Allora prenota alle otto e mezza.

— Eh, però se arrivano puntuali?

— Prenota alle otto.

— Ma poi dobbiamo parcheggiare.

— C’è il parcheggio davanti.

— Sì, però magari è pieno.

Pausa.

— Senti, facciamo una cosa: mangiamo a casa.

La chiave di lettura

Il problema non è il bicchiere. È tutto quello che riusciamo a metterci dentro.

Perdersi in un bicchier d’acqua si usa quando qualcuno si blocca davanti a qualcosa di semplice, moltiplicando dubbi, passaggi e complicazioni fino a perdere di vista la soluzione più ovvia.

È un’espressione ironica, spesso affettuosa, qualche volta esasperata.

Perché da fuori l’uscita si vede benissimo.

Da dentro, evidentemente, un po’ meno.

Una parola tira l’altra.

Hai appena scoperto un’altra stranezza italiana. Ce ne sono parecchie altre.

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