NON C’È DI CHE

/non ˈtʃɛ di ke/

La risposta italiana al “grazie”. Una delle tante.

NON C’È DI CHE

Quello che sembra

Una risposta.

— Grazie.
— Non c’è di che.

Fine.

Due persone educate, una porta tenuta aperta, un favore restituito, una pratica conclusa. Il debito sociale è estinto e ciascuno può tornare alla propria vita.

In teoria.

Perché l’italiano dispone di un numero sorprendente di modi per comunicare un concetto piuttosto semplice: “Ho ricevuto il tuo grazie e lo accetto.”

E naturalmente non potevamo limitarci a uno.

Quello che è

Un piccolo menù degustazione della cortesia.

C’è prego, il grande classico. Breve, elegante, universale.

Poi c’è di niente, leggermente più informale.

E naturalmente c’è figurati.

Di figurati abbiamo già parlato altrove, perché una parola capace di significare contemporaneamente prego, non preoccuparti, ma cosa dici, era il minimo e, nelle condizioni giuste, praticamente qualsiasi altra cosa, meritava una voce tutta sua.

Qui ci basta ricordare la sua funzione fondamentale: ridimensionare immediatamente qualsiasi cosa tu abbia fatto.

— Grazie davvero, mi hai salvato.
— Figurati.

Hai guidato tre ore sotto la pioggia per recuperarlo all’aeroporto? Figurati.

Gli hai prestato cinquemila euro? Ma figurati.

Gli hai donato un rene? Probabilmente: Ma va’, figurati.

Poi arriva ci mancherebbe, espressione meravigliosa perché, presa alla lettera, lascia uno straniero con una domanda perfettamente ragionevole: Che cosa mancherebbe?

Non lo sappiamo. Ma ci mancherebbe.

E infine non c’è di che, forse la più musicale di tutte.

Non-c’è-di-che.

Cinque piccoli colpi che sembrano già avere una melodia.

La scena

Ristorante.

Un turista chiede indicazioni a un signore italiano.

Il signore non soltanto gli indica la strada: esce dal locale, gli mostra l’incrocio, gli spiega quale semaforo attraversare, critica Google Maps, gli consiglia un’altra trattoria e gli racconta che lì vicino una volta abitava suo cognato.

— Thank you very much!

— Ma figurati! Non c’è di che! Ci mancherebbe!

Tre risposte. A un solo grazie.

Perché lasciare una formula di cortesia da sola, quando possiamo accompagnarla?

L’italiano suona

Qui però bisogna concederci qualcosa.

L’italiano ha una certa tendenza a suonare bene anche quando non sta dicendo quasi niente.

Non c’è di che. Ci mancherebbe. Ma figurati. Di niente. Prego.

Provate a pronunciarle una dopo l’altra.

Non sembrano risposte. Sembrano le prove audio prima dell’opera.

E forse è anche per questo che l’italiano viene percepito come una lingua musicale: vocali nette, sillabe ben scandite, consonanti che raddoppiano, parole che sembrano avere già incorporato il gesto con cui devono essere pronunciate.

Figurati senza una mano che si muove è quasi incompleto.

Ci mancherebbe senza un leggero movimento della testa perde metà del significato.

E ma va’! pronunciato senza modificare l’espressione del viso dovrebbe probabilmente essere considerato grammaticalmente scorretto.

Chiave di lettura

Quando un italiano risponde al vostro grazie, non cercate una corrispondenza matematica.

Prego è neutro. Di niente è informale e diretto. Non c’è di che minimizza gentilmente il favore. Figurati lo minimizza ancora di più, spesso con calore. Ci mancherebbe suggerisce che fare quella cosa fosse praticamente doveroso.

E ma va’ significa più o meno: Non osare trasformare questa cosa in un debito tra noi.

La cosa importante è che nessuna di queste espressioni significa davvero soltanto you’re welcome.

Ognuna regola, a modo suo, la distanza tra due persone. Solo che lo fa cantando.

Se qualcuno vi dice grazie, potete rispondere prego.

Se volete sembrare italiani, avete ancora parecchio lavoro da fare.

Una parola tira l’altra.

Hai appena scoperto un’altra stranezza italiana. Ce ne sono parecchie altre.

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