Quello che sembra
L’ennesimo inglesismo aziendale. Uno di quelli che fanno contrarre involontariamente il sopracciglio al purista linguistico.
«Questa soluzione fitta perfettamente con le esigenze del cliente.»
A quel punto lui vorrebbe intervenire. «Si dice: si adatta.» Vorrebbe spiegarti che fittare non esiste.
Purtroppo esiste. C’è persino sul sito dell’Accademia della Crusca. A questo punto il purista accusa un leggero malore.
Quello che è
Fittare è molto più interessante di un semplice prestito dall’inglese. Perché ormai è diventato italiano abbastanza da poter essere maltrattato secondo le nostre regole.
Io fitto. Tu fitti. Questa soluzione non fitta.
Del resto facciamo così da sempre. Prendiamo parole straniere, le smontiamo, le rimontiamo e dopo qualche anno non ricordiamo più dove le abbiamo trovate.
Il problema semmai è un altro. Negli uffici italiani abbiamo sviluppato una particolare forma di timidezza lessicale.
Non facciamo più una riunione: facciamo un meeting. Non diamo un parere: diamo un feedback. Non facciamo una valutazione: facciamo un assessment. Non approfondiamo: facciamo un deep dive. E non controlliamo quanto ci guadagniamo. Calcoliamo il ROI.
Perché guadagno sa di ferramenta. ROI sa di MBA.
La scena
Sala riunioni. Diciotto slide. Tre grafici. Nessuno sa perché.
Manager: «Prima farei un assessment per capire se la solution fitta con i needs del cliente.»
Tutti annuiscono.
Manager: «Poi deep dive sul pricing e check del ROI.»
Il nuovo collega alza la mano. «Quindi vediamo cosa vuole il cliente, controlliamo se il prodotto va bene e quanto ci guadagniamo?»
Silenzio. Il manager lo guarda. «Sì.» Pausa. «Ma dobbiamo avere un approccio un po’ più internazionale.»
Chiave di lettura
Ogni tanto qualcuno lancia l’allarme: L’ITALIANO È SOTTO ATTACCO.
Seguono appelli, indignazione, difesa dei confini lessicali e qualcuno che propone inevitabilmente di dire calcolatore al posto di computer.
Tranquilli. L’italiano sopravviverà. Ha già incontrato arabi, francesi, spagnoli, tedeschi e americani. Sopravviverà anche a LinkedIn.
Il punto interessante non è stabilire se meeting sia moralmente peggiore di riunione, né presidiare la lingua aspettando che passi un forestierismo senza documenti. Le lingue prendono parole. Le deformano. Le adottano. A volte le restituiscono irriconoscibili.
Il problema comincia quando la parola straniera non ci serve per dire qualcosa di nuovo, ma per far sembrare nuovo quello che stavamo già dicendo.
Assessment sembra più autorevole di valutazione. Deep dive più sofisticato di approfondimento. Performance più manageriale di risultato. Leadership consente soprattutto di organizzare molti più convegni di quanti ne consentirebbe capacità di comandare.
Non è una questione di purezza linguistica. È una questione di prestigio.
Per decenni abbiamo importato dagli Stati Uniti automobili, film, musica, tecnologia e modelli aziendali. A un certo punto abbiamo cominciato a importare anche il modo in cui chiamare le cose che avevamo già.
Così oggi un’azienda italiana può avere una vision, una mission, dei values, una leadership, organizzare town hall e fare performance review.
Poi alle 12:27 qualcuno apre la porta: «Oh, raga, pizza?» E l’America finisce lì. Fino alle 14:00. Quando abbiamo una call.
Forse il problema non è che ci manchino le parole italiane. È che ogni tanto ci vergogniamo un po’ a usarle.
E comunque fittare esiste. Mettetevi il cuore in pace. Lo dice pure la Crusca. Più o meno.
