Quello che sembra
Un principio di cucina. Nel brodo puoi mettere un po’ di tutto: carne, ossa, verdure, ritagli, avanzi. Magari da soli non valgono molto. Ma qualcosa danno.
Quello che significa
Che anche una cosa piccola, mediocre o apparentemente insignificante può contribuire al risultato finale. Non abbastanza da essere contenti. Abbastanza da non buttarla via. Cinque euro risparmiati. Tre punti sulla tessera del supermercato. Mezza giornata di ferie avanzata. Un cliente che dopo diciassette preventivi ordina finalmente tre pezzi. Tutto fa brodo. È importante capire che non è una frase entusiasta. Nessuno vince alla lotteria e dice: «Beh, tutto fa brodo.» Tutto fa brodo appartiene al regno delle piccole vittorie. Quelle che non cambiano niente. Ma che, tecnicamente, sono comunque meglio di niente.
Come si usa
— Ti hanno dato l’aumento? — Sì. — Quanto? — Venti euro. — Ah. Pausa. — Beh, tutto fa brodo. Oppure: — Alla fine quanto ti hanno fatto di sconto? — Il tre per cento. — Vabbè. Tutto fa brodo. Il tono è fondamentale. Deve contenere contemporaneamente una piccola delusione e la decisione irrevocabile di prendersi comunque quello che è arrivato.
Chiave di lettura
Tutto fa brodo è la serena accettazione del contributo marginale. Non dice: «Sono soddisfatto.» Dice: «Non era esattamente quello che speravo, ma visto che c’è, me lo prendo.» È una filosofia sorprendentemente efficiente. Perché l’italiano sa che le grandi fortune sono rare. Gli avanzi, gli sconticini, i favori, i punti, i resti e le occasioni minuscole, invece, arrivano continuamente. E allora si raccolgono. Si mettono insieme. Si buttano nel pentolone. Perché magari è poco. Magari è pochissimo. Ma qualcosa farà. Tutto fa brodo.
