L’APERISUSHI

/aperiˈsuʃi/

Un cocktail da 20 euro, quattro uramaki e una lunga serata a guardarsi le dita dei piedi.

L’APERISUSHI

Quello che sembra

Un aperitivo con del sushi.

Quello che è

L’ultimo stadio evolutivo dell’aperitivo milanese.

A un certo punto qualcuno deve aver pensato che pagare 20 euro un cocktail fosse troppo semplice. Serviva qualcosa che giustificasse il prezzo. Ed ecco il sushi.

Non necessariamente buono. Non necessariamente giapponese. Non necessariamente identificabile. Ma disposto con grande sicurezza su un piatto nero.

L’aperisushi è il luogo in cui Milano riesce a mettere insieme tre delle sue più grandi passioni: bere qualcosa di inutilmente costoso, mangiare pochissimo e far sembrare entrambe le cose un’esperienza.

Come funziona

Si prenota alle 19:30. Alle 19:47 arriva un cocktail contenente almeno uno dei seguenti elementi: rosmarino bruciato, cetriolo, pepe rosa, una bacca che nessuno riconosce o un cubetto di ghiaccio delle dimensioni di un monolocale in Porta Romana.

Prezzo: 20 euro.

A quel punto arrivano quattro uramaki. Non a testa. Quattro. Il tavolo li osserva con la stessa concentrazione con cui a Ginevra si negozia un cessate il fuoco.

Poi qualcuno dice: «Ragazzi, ordiniamo qualcosa da condividere?» Ed è lì che comincia il vero aperisushi.

Il dettaglio fondamentale

Sotto il tavolo ci sono 180 euro di sneakers, 14 euro di calzini invisibili e dieci dita dei piedi. Che diventeranno, nel corso della serata, il principale contenuto culturale dell’evento.

Perché dopo il secondo cocktail, finiti i quattro uramaki e aggiornati tutti sulle rispettive call, non resta molto altro da fare. E allora si sta lì. Seduti. A guardarsi le scarpe. Le proprie. Quelle degli altri. Talvolta direttamente le dita dei piedi.

Milano, del resto, è una città efficientissima: riesce a trasformare anche il non fare assolutamente un cazzo in qualcosa per cui serve prenotare.

Frase tipica

«Facciamo aperisushi?»

Che non significa: Hai voglia di mangiare sushi? Significa: Ti va di spendere 46 euro senza cenare e tornare a casa con una vaga sensazione di networking?

Nota per lo straniero

Non commettere l’errore di arrivare affamato. L’aperisushi non nasce per nutrire. Nasce per esserci.

Se alle 22:15, tornando verso casa, senti improvvisamente il bisogno di fermarti a mangiare un kebab, significa che hai finalmente compreso Milano.

Chiave di lettura

L’aperisushi non è un pasto. Non è nemmeno un aperitivo. È una tassa volontaria sull’appartenenza sociale, riscossa in gin, riso e salmone.

E il bello è che il sabato successivo ci torni. Perché stavolta hanno aperto un posto nuovo. Fa fusion. E dicono che sia pazzesco.

Una parola tira l’altra.

Hai appena scoperto un’altra stranezza italiana. Ce ne sono parecchie altre.

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