Quello che sembra
Un complimento. Due parole per riconoscere un merito, celebrare un successo o incoraggiare qualcuno. In teoria, chi si sente dire «Ma bravo!» dovrebbe esserne contento. In pratica, farebbe bene a controllare il tono di voce.
Quello che è
HAI COMBINATO UN’ALTRA CAZZATA. In Italia «Ma bravo!» è uno dei modi più efficaci per esprimere disapprovazione usando le parole dell’approvazione. «Mamma, ho perso le chiavi.» «Ma bravo!» «Ho messo il diesel nella macchina a benzina.» «MA BRAVO!» «Ho dimenticato di pagare l’assicurazione.» «Ma bravo, complimenti!» Quest’ultima variante è particolarmente insidiosa: l’aggiunta di «complimenti» non migliora affatto la situazione. Anzi.
Come funziona
Tutto dipende dall’intonazione. Un «Bravo!» entusiasta può indicare sincera ammirazione. Un «Ma bravo!» lento, con le sopracciglia sollevate e un’espressione di profonda delusione, significa che qualcuno ha appena esaurito la pazienza. Esiste anche la versione accompagnata da un applauso: due o tre battiti di mani, lenti e deliberati, che trasformano un piccolo errore in una cerimonia pubblica dell’umiliazione. «Ma braaavo!» A questo punto è meglio non ringraziare.
Il paradosso italiano
Ma la parola bravo nasconde un’altra sorpresa. Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, i bravi non sono studenti modello: sono uomini armati al servizio dei potenti, incaricati di intimidire il prossimo. Due di loro fermano Don Abbondio per impedirgli di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia: «Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.» Il bravo storico era uno sgherro, un uomo di mano: un significato diverso dal moderno complimento, sopravvissuto nella stessa lingua. Un bravo può dunque essere una persona ammirevole, un incapace appena rimproverato o un delinquente armato del Seicento. Dipende dal contesto. E dall’eventuale presenza di un archibugio.
La chiave di lettura
Il «Ma bravo!» rivela una caratteristica della comunicazione italiana: le parole non bastano. Bisogna interpretare tono, volto, gesti e possibilmente il grado di parentela con chi parla. L’ironia permette di rimproverare senza formulare un’accusa diretta: il destinatario deve capire da solo che il complimento è una sentenza. Il collegamento con i bravi manzoniani aggiunge un curioso cortocircuito: la stessa parola può evocare eccellenza e prepotenza. Tra un genitore che esclama «Ma bravo!» e un bravo di Don Rodrigo c’è almeno una somiglianza: nessuno dei due sta facendo un complimento.
Regola di sopravvivenza
Se un italiano ti dice «Bravo!», puoi ringraziare. Se ti dice «Ma bravo!», cerca di ricordare cosa hai combinato. Se aggiunge «Complimenti!», la situazione è probabilmente più grave del previsto. E se a dirtelo sono due uomini armati dietro un muretto, evita di discutere. Soprattutto se devi celebrare un matrimonio.
