Quello che sembra
Una spiegazione.
Anche piuttosto articolata.
Ci sono parole, subordinate, riferimenti tecnici, una certa sicurezza nell’esposizione. Chi parla sembra sapere perfettamente dove vuole andare.
Chi ascolta, un po’ meno.
Quello che significa
Assolutamente niente.
Ed è proprio questo il difficile.
La supercazzola non è dire cose a caso. Sarebbe troppo facile. È costruire un discorso completamente privo di senso dandogli tutte le sembianze di un discorso sensato.
Serve ritmo. Serve convinzione. Serve soprattutto non fermarsi mai.
Perché nel preciso istante in cui ti fermi, qualcuno potrebbe fare una domanda.
E lì sei fregato.
Come funziona
La supercazzola nasce ufficialmente al cinema, ma probabilmente esisteva in Italia già da secoli.
In Amici miei, il conte Raffaello Mascetti — Ugo Tognazzi — la trasforma in arte: parole plausibili, sintassi apparentemente impeccabile, termini inventati e improvvise accelerazioni semantiche vengono scagliati contro l’interlocutore con tale autorevolezza da produrre un piccolo miracolo.
Per qualche secondo, chi non sta dicendo niente sembra sapere tutto.
E chi non capisce comincia a sospettare che il problema sia suo.
È questo il vero capolavoro.
La vittima della supercazzola non dice: «Non ha senso.» Pensa: «Aspetta. Forse mi sono perso qualcosa.»
Ed è già troppo tardi.
Manuale minimo di sopravvivenza
Se un italiano comincia una spiegazione che non capisci, non allarmarti.
Potrebbe essere la lingua. Potrebbe essere la burocrazia. Potrebbe essere un argomento molto complesso.
Oppure potrebbe essere una supercazzola.
Un buon indizio è la sproporzione tra la sicurezza di chi parla e la quantità di informazioni che riesci effettivamente a ricavare.
Più la prima aumenta mentre la seconda tende a zero, più la diagnosi diventa probabile.
Attenzione, però: chiedere chiarimenti può peggiorare la situazione. Una supercazzola ben eseguita è perfettamente capace di spiegare la supercazzola precedente con una supercazzola ancora più grande.
La chiave di lettura
Oggi diciamo supercazzola anche fuori dal mondo di Amici miei.
Una riunione piena di parole che non decide nulla. Una risposta lunghissima che evita accuratamente la domanda. Una presentazione con diciotto slide per comunicare un concetto che non esiste. Un esperto che aggiunge termini complicati proprio quando dovrebbe diventare più chiaro.
«Mi ha fatto una supercazzola.»
Significa più o meno: ha parlato abbastanza bene da farmi dimenticare che non mi aveva detto niente.
Ed è forse per questo che la parola è sopravvissuta così bene al film.
Perché Mascetti era un personaggio. La supercazzola, invece, la incontriamo ancora tutti.
Nota culturale
Questa voce è anche un piccolo inchino a Ugo Tognazzi e ad Amici miei.
Ci sono personaggi che ci lasciano una battuta.
Mascetti ci ha lasciato qualcosa di molto più pericoloso: un metodo.
