GRAZIE AL CAZZO!

/ˈɡrattsje al ˈkattso/

Il riconoscimento ufficiale dell’ovvio. Non è un ringraziamento: è una recensione negativa dell’informazione appena ricevuta.

GRAZIE AL CAZZO!

Quello che sembra

Un ringraziamento. Particolarmente caloroso, peraltro.

Quello che è

“Grazie al cazzo” è ciò che l’italiano dice quando qualcuno gli comunica un’informazione tecnicamente corretta, ma talmente evidente da rendere discutibile l’impiego di ossigeno necessario a pronunciarla.

— Se parti prima, arrivi prima. — Grazie al cazzo. Non stai ringraziando. Stai comunicando all’interlocutore che il suo contributo alla conversazione è stato equivalente a ricordarti che l’acqua bagna, il fuoco scotta e lavorando meno si avrebbe più tempo libero.

È una formula sofisticata: non contesta ciò che hai detto. Anzi. Ti dà completamente ragione. Ed è proprio questo il problema.

La scena

BED Talk. Palco rosso. Giacca nera, microfono ad archetto, pubblico in religioso silenzio. Dopo diciotto minuti di storytelling, tre pause drammatiche e una slide minimalista, lo speaker arriva alla rivelazione: «Per ottenere risultati bisogna fare le cose.»

Applauso. Qualcuno annuisce come se avesse appena incontrato Socrate. Tu pensi soltanto: grazie al cazzo.

Ed ecco il vero talento di certi talk motivazionali: prendere una banalità che tua nonna avrebbe liquidato mentre scolava la pasta e restituirtela con luci rosse, sneakers bianche e una standing ovation.

Freud, perdonaci

A questo punto bisogna affrontare un piccolo problema della lingua italiana: il cazzo è dappertutto. Se qualcosa non vale niente, è “del cazzo”. Se non sai niente, non sai “un cazzo”. Se qualcosa non succederà, “col cazzo”. Se qualcuno deve occuparsi dei propri affari, deve “farsi i cazzi suoi”. Se ti infastidisce, ti “rompe il cazzo”. Se fai qualcosa male, la fai “a cazzo” — eventualmente “di cane”, perché evidentemente il solo organo non bastava.

E se qualcuno ti comunica l’ovvio? Lo ringraziamo. Naturalmente al cazzo. Freud potrebbe accomodarsi, aprire il taccuino e prepararsi a una lunga seduta collettiva. Senza attribuirgli diagnosi postume: ci basta constatare che l’italiano ha trasformato una parte anatomica in avverbio, aggettivo, negazione, unità di misura, giudizio critico e strumento di analisi epistemologica.

Chiave di lettura

“Grazie al cazzo” misura la distanza tra la solennità con cui qualcosa viene detto e la sua effettiva utilità. Più l’interlocutore presenta la banalità come una rivelazione, più l’espressione acquista potenza.

«Bisogna ascoltare il cliente.» Grazie al cazzo. «Se vogliamo rispettare la consegna dobbiamo evitare ritardi.» Grazie. Al. Cazzo.

È il fact-checking popolare delle ovvietà: non dimostra che una frase è falsa. Dimostra qualcosa di molto peggio: che non valeva la pena dirla. E per spiegarlo abbiamo avuto bisogno di tutta questa voce. Grazie al cazzo.

Una parola tira l’altra.

Hai appena scoperto un’altra stranezza italiana. Ce ne sono parecchie altre.

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