Quello che sembra
Un modo un po’ volgare per dire: “Che imbarazzo.”
Non proprio. “Che imbarazzo” è rovesciare il bicchiere al ristorante. La figura di merda richiede qualcosa in più: devi averci messo del tuo. Devi esserti esposto. Devi aver parlato con sicurezza. Possibilmente con quella particolare convinzione di chi, fino a tre secondi prima, pensava di avere perfettamente sotto controllo la situazione. Poi arriva la realtà. E presenta il conto.
Quello che è
La figura di merda è il collasso pubblico della dignità.
È quel preciso momento in cui capisci contemporaneamente tre cose: hai fatto una cazzata; gli altri se ne sono accorti; non esiste una frase capace di riportarti indietro di trenta secondi.
Il terzo punto è fondamentale. Perché davanti alla figura di merda l’essere umano tenta comunque di reagire. Spiega. Contestualizza. Ride. Dice: “No, aspetta, non è come sembra.” Peggiorando quasi sempre la situazione.
La figura di merda, infatti, ha una caratteristica crudele: più cerchi di uscirne, più entri.
La scena
Saluti con entusiasmo una persona dall’altra parte della strada. Non stava salutando te. Abbassi lentamente la mano trasformando il gesto in qualcosa che dovrebbe sembrare perfettamente normale. Non lo è.
Parli male di qualcuno. Con dovizia di particolari. Poi scopri che è dietro di te.
Mandi a un amico lo screenshot di una conversazione per commentare quanto sia idiota l’altra persona. Solo che lo mandi all’altra persona. Visualizzato.
Fai una battuta. Nessuno ride. La spieghi. Adesso non sei più soltanto quello che ha fatto una battuta di merda. Sei quello che sta tenendo una conferenza sulla propria battuta di merda.
Oppure rispondi con assoluta sicurezza a una domanda di cui non sai niente. A metà frase ti rendi conto che qualcuno nella stanza ne sa molto più di te. E sta aspettando educatamente che tu finisca. Quello sguardo è importante. È il certificato di autenticità.
Perché puoi inciampare da solo in casa. Puoi dire una stupidaggine sotto la doccia. Tecnicamente non è successo niente. La figura di merda ha bisogno di testimoni. Uno basta. Due sono meglio. Una chat di gruppo è eccellente. Internet è definitivo.
Un tempo, almeno, esisteva l’oblio. Oggi qualcuno ha il telefono. Qualcuno registra. Qualcuno fa uno screenshot. E da qualche parte, in un server, esiste per sempre la prova che hai scritto “qual’è” mentre correggevi la grammatica di un altro.
Nota storica
Nel 2003 Emilio Fede conduce il TG4. È stato catturato Saddam Hussein. Fede annuncia le immagini del dittatore iracheno. La regia sbaglia: al posto di Saddam compare Silvio Berlusconi.
Segue uno dei più perfetti momenti di autocoscienza nella storia della televisione italiana: “Che figura di merda!” Il fuori onda viene ripreso da Striscia la notizia e diventa un tormentone.
Nel 2020 Fede intitolerà proprio Che figura di merda la propria autobiografia. Ed è difficile immaginare una conclusione più italiana. Non cancellare la figura di merda. Monetizzala.
Chiave di lettura
La figura di merda è democratica. Colpisce il timido e l’arrogante, il laureato e l’analfabeta, quello che parla troppo e quello che aveva deciso di intervenire “solo per dire una cosa”.
Ma soprattutto svolge una funzione sociale fondamentale: ridimensiona. Per qualche secondo abolisce curriculum, ruoli, follower, macchine aziendali, titoli accademici e sicurezza ostentata. Rimane soltanto un essere umano che ha appena fatto una cazzata davanti ad altri esseri umani.
E forse è proprio per questo che ricordiamo molto più facilmente le figure di merda degli altri rispetto alle nostre. Le nostre, infatti, non le ricordiamo. Le riviviamo alle tre e ventisette del mattino.
