Quello che sembra
Una resa.
Quello che è
Uno dei modi preferiti dagli italiani per riconoscersi.
C'è una domanda che, in Italia, raramente cerca davvero una risposta.
"Come va?"
Molto spesso è soltanto l'inizio di un piccolo rito.
"Eh..."
"Lascia perdere."
Da quel momento la conversazione può parlare del traffico, delle tasse, del lavoro, del meteo, della politica, della burocrazia o della squadra di calcio.
L'argomento cambia.
Il meccanismo resta identico.
Lamentarsi, in Italia, è spesso un modo per entrare in sintonia.
Non significa necessariamente essere pessimisti.
Significa dire all'altro:
"So che anche tu capisci di cosa sto parlando."
Per questo chi ascolta raramente prova a risolvere il problema.
Risponde con un'altra lamentela.
Oppure con un sorriso.
Oppure semplicemente con:
"Non me ne parlare."
La conversazione è partita.
Poi succede una cosa ancora più curiosa.
Gli italiani possono criticare il proprio Paese con una severità impressionante.
Il traffico.
I treni.
La politica.
La scuola.
La sanità.
La giustizia.
Praticamente tutto.
Ma basta che sia uno straniero a fare la stessa critica perché qualcosa cambi.
"Sì, però..."
Ed ecco comparire la cucina.
L'arte.
I paesaggi.
La qualità della vita.
La capacità di arrangiarsi.
La creatività.
All'improvviso, quello stesso Paese che sembrava indifendibile diventa qualcosa da proteggere.
La chiave di lettura
Gli italiani si lamentano molto meno per cambiare le cose di quanto facciano per riconoscersi gli uni negli altri.
E, quando qualcuno dall'esterno critica ciò che appartiene anche a loro, ricordano immediatamente una regola non scritta.
La famiglia si può prendere in giro.
Ma solo da dentro.
