Quello che sembra
La promessa di risentirsi presto.
Quello che è
Se un italiano conclude una conversazione con "ci sentiamo", non correte a controllare il telefono.
Potrebbe chiamarvi domani.
Oppure il mese prossimo.
Oppure mai.
Ed è sorprendente che, in tutti e tre i casi, quella frase resti perfettamente corretta.
Per uno straniero può sembrare una promessa. In fondo il verbo è al futuro: ci sentiremo.
Per un italiano, invece, è molto più spesso una formula di commiato. Un modo elegante per non trasformare la fine di una conversazione in una chiusura definitiva.
Perché dire semplicemente "ciao" sembra quasi troppo brusco.
"Ci sentiamo" lascia aperta una possibilità.
Non dice quando.
Non dice come.
Non dice chi dovrà fare il primo passo.
Dice soltanto che, se un giorno le nostre strade dovessero incrociarsi di nuovo, nessuno dei due avrà la sensazione che qualcosa sia rimasto in sospeso.
La cosa più curiosa è che entrambe le persone conoscono le regole del gioco.
Quando due conoscenti si salutano con un caloroso "ci sentiamo!", spesso nessuno dei due si aspetta davvero che il telefono squilli.
E se passano mesi, o anni, nessuno pensa che l'altro abbia mancato a una promessa.
Perché quella promessa, in realtà, non è mai stata il punto.
Il punto era lasciare la relazione in buoni rapporti.
Gli italiani non amano chiudere le porte.
Preferiscono lasciarle socchiuse.
Scena
— È stato un piacere rivederti.
— Anche per me.
— Allora ci sentiamo.
— Certo, ci sentiamo.
Passano quattro anni.
Un giorno si incontrano per caso in aeroporto.
— Oh, guarda chi si vede! Come stai?
Nessuno sente il bisogno di dire:
"Scusa, non ti ho mai chiamato."
La chiave di lettura
Per gli italiani, "ci sentiamo" non è la descrizione di un appuntamento futuro. È un modo gentile per evitare che un saluto assomigli a un addio.
